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Presentazione Deiva2016

 

Deiva Marina, Torre saracena, sabato 9 luglio 2016  
Mostra “La terra, il pane, il vino” di Maria Teresa Carbonato.


Presentazione di Elisa Bertozzi  
 
Maria Teresa ed io ci siamo conosciute, qui a Deiva, nel lontano 1979: la nostra è una lunga storia di profonda amicizia. Durante tutti questi anni ho potuto godere del dono della sua pittura, dono che a me manca completamente. Ma la sua stima verso di me l’ha indotta a chiedermi ancora una volta di presentare questa nuova mostra. Lei non sa cosa sto per dire, e ciò dice molto della sua fiducia, spero non mal riposta…  
Non mi soffermo su dati biografici, perché lei è di casa in questa antica torre, che è già stata cornice splendida a due sue importanti e bellissime mostre nel 2011 e nel 2014. Deiva è fortunata perché in genere le opere di Maria Teresa sono esposte in importanti gallerie milanesi e la mappatura dei suoi dipinti si estende ad un territorio ben più vasto.  Ma veniamo a noi (siamo al piano terreno).  “La terra, il pane, il vino” è l’ultimo anello di una catena di mostre, i cui titoli rimandano l’uno all’altro e, letti in sequenza, raccontano non solo i temi preferiti, ma anche il punto di vista della pittrice. Velocemente ne rileggo alcuni:  - Presenze nel quotidiano  - Soglie d’estate  - Sguardo quotidiano  - Luce e mistero  - Costruire / ricostruire  - Viaggio d’inverno  - Non si vede bene che col cuore (Deiva 2011)  - Le finestre, gli amici  - La bellezza del quotidiano  - Lo spazio ospitale  - Il colore della vita (Deiva 2014)  - (ed ora) La terra, il pane, il vino  Come si può notare, c’è un filo rosso che attraversa anni di pittura: la bellezza, colta, direi quasi sorpresa, nelle piccole cose di tutti i giorni, all’interno di una casa e nei vasti paesaggi di mare e di terra.  
C’è un continuo rimando tra il dentro ed il fuori: la terra lavorata dal contadino (ecco i campi arati, le risaie…) porta il suo frutto, le spighe dorate sono poi trasformate dalla massaia di casa in pane. La croce tracciata sull’impasto crudo è segno di benedizione e nello stesso tempo facilita la lievitazione, la cottura poi la farà fiorire in un motivo che invita a spezzare e a condividere quel pane.  Sono gesti primordiali, fuori dal tempo, o meglio comuni a tutti i tempi, da quel primo uomo a cui Dio disse: “[…] con lavoro faticoso riceverai dalla terra il tuo nutrimento per tutti i giorni di tua vita […] col sudore della tua fronte mangerai il pane […]” (Genesi 3,17-18). A me, modenese, vengono subito alla mente le sculture di Wiligelmo sulla facciata del Duomo di Modena: Adamo ed Eva zappano la terra e la terra produce il suo frutto: una pianta rigogliosa. Pensate che un inno mariano paragona Maria ad una “fertile terra, tutta aperta al sole”.  I campi dipinti da Maria Teresa sono fertili, daranno –o hanno dato– il loro frutto. Ci invitano ad immedesimarci nello stesso sguardo di chi li ha ritratti, uno sguardo pieno di gratitudine. Ecco, gratitudine è una parola chiave. È grato chi si sente amato e corrisponde a questo amore ricevuto. Nella pittura questo si esprime nella luce che riveste di colori le cose e le fa vivere. In ogni dipinto di Maria Teresa io ritrovo questa gratitudine che rende più bella la vita.  

Guardate che non stiamo parlando di temi espressamente legati alla fede (in altri piani troveremo anche soggetti del genere), ma qui riscontriamo l’espressione viva di un profondo senso religioso, così profondo che affiora al di là delle intenzioni della pittrice. Sono immagini belle, che allietano e fanno gustare di più la vita; per questo si desidera averle nella propria casa, come compagnia quotidiana.  
Al primo piano è tutta un’esplosione di colori: i verdi degli ulivi, i rossi del fuoco, del melograno, del peperone, delle candele processionali… Non sono i colori primari, puri, astratti; sono i colori della natura che l’occhio dell’artista interpreta e la sua mano impasta in tavolozze sempre inedite.  Qui gli spazi sono abitati, con discrezione, da persone di età diverse: sotto il pergolato addossato alla casa – punto d’incontro fra il dentro e il fuori– ecco una vecchina pensosa; attorno al falò giovani amici accompagnati dai versi di una poesia (di Virgilio Resi) che ha ispirato l’immagine: “Le serate trasudano | vino e amicizia | a far forte un’umanità | che sempre cerca l’incontro”.  Ecco il vino che ritorna come bevanda dell’amicizia, quel vino che a piano terra abbiamo visto accompagnato al pane – i due alimenti scelti da Gesù per restare con noi.  Dunque: una vecchina, dei giovani, e anche un bambino tra il rosso e l’oro di una processione notturna. L’oro, anzi la foglia d’oro, è un materiale prezioso, non possiamo definirlo solo un colore, Maria Teresa lo usa con rara maestria. Nei soggetti religiosi è un chiaro indicatore del sacro, negli altri casi l’oro fa baluginare la luce, a volte sotto forma di polvere soffiata, a volte di fili luminosi: è sempre il sacro che appare e scompare.  
Al secondo piano ci aspetta una sorpresa: abbiamo l’occasione di sbirciare dietro le quinte, di farci raccontare da Maria Teresa come nasce un’ispirazione, che lavorio preparatorio precede la realizzazione di un dipinto. Questi che vediamo non sono veri e propri quadri ma bozzetti, a volte per studio personale, a volte una specie di anteprima da mostrare ai committenti.  Ma ora lascio finalmente la parola alla pittrice, approfittando della fortuna di averla qui tra noi.
Grazie.

 
 
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