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Rodolfo Balzarotti

La critica > Interventi
 
 

RODOLFO BALZAROTTI ha scritto:

Già' alcuni anni fa, scrivendo a proposito dell'arte di Mariateresa, avevo avuto occasione di osservare come la sua sia una musa essenzialmente domestica - parola, questa, che non va certamente presa in una accezione limitativa.
Le cose, gli oggetti sono i protagonisti silenziosi del suo universo pittorico rimandando sempre a quel ricettacolo comune che è la casa , l'abitazione dell'uomo. Questa, che si tratti di interni o di esterni, è infatti spesso la protagonista delle sue tele e ci invita a meditare sui piccoli misteri dello spazio umano. Qui viene continuamente ribadita la solida e concreta legge delle verticali e delle orizzontali sia che si tratti di pilastri e tralicci oppure di infissi ed ante di finestra o, ancora, del ritmo cromatico delle mattonelle di pavimentazione.
E', la sua, una legge di economia, di povertà e umiltà, che trova conferma anche negli altri soggetti che qui vengono presentati.
Se le cose assumono la dignità di vere e proprie persone (il richiamo a Morandi è qui quasi scontato), a loro volta le figure umane di Mariateresa sono talmente assorte che la loro immobilità ricorda quella di un oggetto. Ogni gesto o movimento è da esse bandito, quasi a non voler sottolineare altro che la loro semplice posa, il loro ergersi e il loro fissare lo sguardo davanti o dentro di sé, estatiche, cioè, ad un tempo totalmente dentro e totalmente fuori di se stesse.
1993

 
 

Quella di Mariateresa Carbonato, come ho avuto modo già di osservare, è una pittura basata sul colore e sul tono, e più precisamente su quel tipo di calore trattenuto che è proprio della tempera. E' un'arte che sceglie consapevolmente un tono minore, quasi dimesso, sia nei soggetti - interni domestici con nature morte - sia nella economia dei mezzi espressivi. Ma qui risiede appunto il fascino delle sue opere, in questo suo saper far tesoro di mezzi e occasioni limitati, in questo trarre oro dalla materia umile della vita quotidiana.
Tuttavia, nella pittura degli ultimi anni, si è affacciato e poi affermato con prepotenza un motivo nuovo. Quello dei fiori. Un motivo, peraltro, qui sempre raffigurato nel contesto del mondo abitato dall'uomo: sono fiori colti e collocati in vaso, oppure adagiati su tavolo, parzialmente avvolti in drappeggi, oppure sono piante fiorite che traspaiono attraverso gli infissi di una finestra, o al di là di un davanzale. Sono, comunque, apparizioni, avvenimenti senza moto apparente che non sia quell'irradiarsi sommesso ma inesorabile del colore e della luce. E da questa piccola epifania naturale il mondo dell'uomo è quasi contagiato: anche la superficie di una brocca, le pieghe di un panneggio, l'intreccio di un cesto, in una certa maniera fioriscono.
1997

 
 
 

Purificare lo sguardo - 15 Novembre 2003
Sulle opere recenti di Mariateresa Carbonato con il passare del tempo, sembra che la sua ricerca artistica faccia una sorta di percorso di risalita verso la fonte, cioè verso le ragioni e il metodo del proprio operare.
Mi riferisco a una circostanza ben precisa: sempre più di frequente, almeno nei tempi più recenti, capita che l'invenzione (nel senso etimologico del trovare) del soggetto dei suoi dipinti scaturisca da scatti fotografici (quasi sempre di rara bellezza). Questo intervento della macchina fotografica mi sembra sintomatico. Esso forse corrisponde all'economia profonda attraverso la quale Mariateresa elabora l'immagine pittorica. L'arte del fotografo è soprattutto un'arte di inquadratura (della messa in quadro), di selezione nel continuum della realtà, di un frammento ritagliato, isolato, fissato da un obiettivo.
Ora, proprio questo ritaglio è presente in quasi tutte le sue opere pittoriche (e certamente delle migliori). Moltissime mettono addirittura a tema questo ritaglio: stipiti di porte, voltoni e sottoportici, finestre e specchi e via dicendo. A volte questi si moltiplicano a cascata, come in certi interni dove una porta ci introduce in un corridoio, in fondo al quale si apre un'altra porta o una finestra si affaccia sull'esterno.
Non e' possibile, data la ricorrenza così insistita di questo motivo, non pensare al suo valore metaforico: ciò che conta è questo enigmatico, sempre imprevedibile, ma a suo modo rassicurante e confortante punto di incontro tra interno ed esterno, tra soggetto e oggetto, tra il pittore e la realtà. I migliori paesaggi di Mariateresa sono quelli che si aprono nel vano di una finestra, nel ritaglio di un'imposta, nel riquadro di una griglia. Il riquadro, il ritaglio, la cornice, riproducono all'interno del quadro la sua stessa natura di superficie delimitata che, nel continuum dello spazio reale, apre un varco, cattura lo sguardo e lo orienta.


 
 

Un secondo aspetto da sottolineare è il fatto che i suoi dipinti riguardano quasi esclusivamente degli spazi umani, anche se per lo più l'uomo è assente. La figura umana compare molto raramente. Sono spazi umani, perchè sono spazi abitati e abitabili: stanze, vani, scale, nel loro specifico ruolo di ambienti protetti, riparati, ma nello stesso tempo aperti, relazionati ad un altro, a un fuori, a un oltre. Oppure - è il caso delle recenti opere dedicate allarchitettura rustica del Trentino - si tratta di quegli esterni che si configurano comunque come spazi protetti: voltoni, viottoli che danno forma al cielo, alla campagna circostante isolandone dei frammenti rendendoli parte della spazio domestico.
In questo contesto, assumono un particolare valore simbolico i recenti dipinti sul tema del Costruire-ricostruire (in realtà un tema già visitato or sono molti anni e ora riemerso prepotentemente): è una discreta allusione all'operare umano - in particolare artistico - sempre chiamato a ricominciare, a un nuovo inizio. Ed è un monito anche alle ambizioni demiurgiche dell'uomo, per ricordarci che il nostro creare è sempre un ri-creare, il nostro costruire è sempre un ri-costruire.
E curioso che, là dove il tema della casa, della dimora umana, emerge in modo così esplicito esso sia anche in se stesso velato, nascosto, sotto lo schermo effimero di impalcature e tendaggi. Ma questo filtro funziona anche come una sorta di ascesi dell'occhio, come un filtro che purifica il nostro sguardo, lo trattiene appena un poco al di qua dell'oggetto lasciandolo solo intra-vedere. E mi sembra anche questa una buona metafora per suggerire l'effetto che i dipinti di Mariateresa sortiscono su di noi e sul nostro modo di guardare.


 
 
 

Maggio 2007

Mariateresa Carbonato, già allieva di De Rocchi a Brera, ha ereditato dalla tradizione chiarista lombarda una cordiale adesione alla realtà nella sua dimensione anche più dimessa e, nello stesso tempo, una acuta sensibilità ai valori pittorici, tonali soprattutto, capace di trasfigurare qualsiasi oggetto, trasformandolo in un evento della luce. Nella sua pittura ha spesso privilegiato le vedute urbane, gli interni domestici, le finestre, le facciate di case in costruzione o in restauro, gli androni, i porticati, le scale e i pianerottoli, insomma tutto quanto ci richiama l'abitare dell'uomo, lo spazio e la durata del vivere.
Negli ultimo tempi, in particolare, grazie anche all'ausilio della fotografia - una tecnica che pratica con una singolare maestria - è ritornata sui temi di sempre, con una ricerca che indaga sulla presenza degli oggetti attraverso "tagli" e inquadrature che sembrano voler fissare le apparizioni piu' istantanee e insolite con cui uno scorcio di citta' o di paese ci coglie di sorpresa, mentre l'evento della luce rimodella la realtà, talvolta quasi consumando le cose in una sorta di fredda incandescenza. Non a caso le sue vedute, soprattutto quelle architettoniche, sono sempre filtrate attraverso finestre, archi, ponteggi, quasi a sottolineare il loro darsi furtivo, casuale, non predeterminato. E quasi a voler tematizzare lo stesso evento dello "sguardo": sguardo sulle cose, ma anche sguardo che le cose ci ricambiano.

 
 

L'inverno sulla tela - novembre 2009
I dipinti di Mariateresa Carbonato approdano a Milano. Tra paesaggi imbiancati dalla neve e tonalità candide, parte un viaggio nel tempo all'insegna dell'arte.
Già la sua stessa natura di superficie delimitata che, nel continuum dello spazio reale, apre un varco, cattura lo sguardo e lo orienta.
Questo è anche ciò che conferisce alle sue vedute un carattere "domestico", intimamente umano, anche se, paradossalmente, la figura umana non è mai presente, semmai sostituita da semplici oggetti della vita quotidiana. Si tratta di una realtà, anche quella della natura, sempre abitabile o percorribile dall'uomo.
Nelle opere ultime, esposte allo Spazio Lumera di Milano (in via Abbondio Sangiorgio, a cento metri dall'arco della Pace), mi sembra che Mariateresa confemi queste osservazioni, ma introducendo importanti novità.
Diciamo anzitutto che questa mostra,facendo una silloge della produzione di questi ultimi due anni, sceglie coraggiosamente di presentare una serie monotematica, cioè una serie di dipinti tutti dedicati al tema della neve e dell'inverno. Un tema che costituisce una bella sfida per i pittori-pittori, cioè per i coloristi e i tonali come Mariateresa. E davvero il motivo è qui svolto in modo magistrale, mostrando come il bianco in realtà sia una sorta di trasfigurazione del colore, il contenitore potenziale di tutti i colori che in esso si riflettono. Si passa quindi dalle tonalità grigio-azzurro-verdi o argentee dell'inverno pieno a quelle rosate, con esplosioni di arancione e rosso, che annunciano l'imminente primavera. Un viaggio nel tempo, dunque, di una lunga stagione invernale che si incrocia anche, tematicamente, con un viaggio nello spazio. In talune opere, in effetti, le immagini ci si presentano come fossero colte non più nel vano di una finestra, ma dal finestrino dl un'automobile. E addirittura, in qualche dipinto, il ductus del pennello o della spatola sembra proprio ripetere il movimento del veicolo lungo le curve e i rettilinei di un'autostrada. Dove il grigio sordo dell'asfalto fa da contrasto al biancore della neve come pure alle tonalità del cielo, di un grigio così differente.
Davvero in questa produzione recente emerge la maturità di un'artista che, se dipinge la neve, è perchè la avverte immediatamente nei ternini della materia pittorica. Perche' dipinge la neve allo stesso modo in cui, in un certo senso, la neve stessa "dipinge" e anche ri-modella la terra e il paesaggio.
Queste sue opere mi richiamano alla mente quanto scriveva anni fa William Congdon, un pittore di magnifici "inverni", e cioè che la neve "è il dissanguinare (da parte) del cielo della sua luce... tutta la luce sta sulla terra coperta della luce del cielo, mentre il cielo, come luce, non c'è più".

 
 
 

Sguardi su un oltre - 3 maggio 2011
Con le opere qui esposte, Mariateresa Carbonato coglie i frutti di una intensa stagione produttiva che, se da un lato conferma i temi e il sentimento della vita che da sempre l'hanno ispirata, dall'altro introduce importanti novità, soprattutto sul piano della tecnica pittorica.
Formatasi alla scuola del Chiarismo lombardo (De Rocchi, di recente oggetto di una discreta rivisitazione, fu il suo maestro al Liceo Artistico di Brera), Mariateresa ne ha profondamente assimilato due aspetti fondamentali: il linguaggio tonale e la assoluta ferialità, quasi banalità dei soggetti. E i due aspetti, in un certo senso, sono strettamente collegati: Il tonalismo, la predominanza dei grigi, dei bianchi e dei beige, con poche accensioni di colori (quasi) primari, accentuano il ruolo della luce e impregnano gli oggetti di una qualità che non è solo cromatica ma anche affettiva. Il tonalismo è percio' come un filtro che conferisce agli oggetti, soprattutto quelli piùuotidiani e umili, una densità temporale, fatta di durata e di memoria.
E' la grande scuola che da Vermeer arriva fino a Morandi. Nei lavori di questi ultimi due-tre anni, poi, si avverte anche la lezione di un altro grande maestro della pittura recente, William Congdon: l'uso dell'olio in impasti più densi, stesi direttamente con gli stick, il disegno inciso nella pasta del colore, la mescolanza della polvere d'oro nei pigmenti, che va a impregnare i colori, tendenzialmente spenti, di un fulgore discreto e nello stesso tempo glorioso.
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I migliori paesaggi di Mariateresa sono quelli che si aprono nel vano di una finestra, nel ritaglio di un'imposta, nel riquadro di una griglia. Il riquadro, il ritaglio, la cornice, riproducono all'interno del quadro la sua stessa natura di superficie delimitata che, nel continuum dello spazio reale, apre un varco, cattura lo sguardo e lo orienta. In altri casi, invece, la finestra è tematizzata come tale, soprattutto le finestre chiuse o socchiuse, come a custodire un segreto che, per il fatto di esser tale, non cessa di ri-velarsi.

 
 

E' poi interessante osservare certe vedute di esterni, soprattutto quelli legati al paesaggio ligure: anche qui si aprono prospettive tra muretti che danno su portoni e cancelli, oppure sentieri che spariscono dietro una curva o un dosso lasciandoci indovinare l'aperto del cielo e del mare.
In ogni caso i dipinti di Mariateresa riguardano quasi esclusivamente degli spazi umani, anche se per lo più l'uomo è assente. Sono spazi umani perchè sono spazi abitati e abitabili e percorribili: stanze, vani, scale, nel loro specifico ruolo di ambienti protetti, riparati, ma nello stesso tempo aperti, relazionati ad un altro, a un fuori, a un oltre. Oppure, ed è il caso delle opere dedicate all'architettura rustica del Trentino, si tratta di quegli spazi esterni che si configurano comunque come spazi protetti: voltoni, viottoli che danno forma al cielo, alla campagna circostante isolandone dei frammenti, rendendoli parte dello spazio domestico.
In questa contesto, assumono un particolare valore simbolico i dipinti sul tema del "costruire/ ricostruire" (tema caratteristico dell'artista e recentemente riemerso): è una discreta allusione all'operare umano, in particolare artistico, sempre chiamato a ricominciare, a un nuovo inizio. Ed è un monito anche alle ambizioni demiurgiche dell'uomo, a ricordarci che il nostro creare è sempre un ri-creare, il nostro costruire sempre un ri-costruire. E, anche in questo caso, la struttura dei ponteggi, se da un lato nasconde, vela, dall'altro anche crea dei pertugi, delle "finestre", che sono altrettanti sguardi su un oltre che si propone e si sottrae allo stesso tempo, secondo una dinamica che impone all'occhio una sorta di ascesi, di purificazione.


 
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